Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in precedenti post ( Yellowstone;  eruzione del vulcano Pelè: il più tragico disastro vulcanico del 20° secolo ), viviamo su un pianeta instabile. Una polveriera geologica che nel corso di tutta la sua storia ha sempre messo in discussione la permanenza della vita sulla Terra. Più di 250 milioni di anni fa, l’estinzione di massa del Permiano-Triassico (nota anche come Grande Moria per evidenti ragioni) spazzò via il settanta per cento delle forme di vita terrestri e il novanta per cento di quelle acquatiche.

Cosa l’aveva scatenata?

Un’intensa attività vulcanica in tutta la Siberia fece salire in superfice una mostruosa quantità di magma, talmente abbondante da arrivare a coprire un’area pari alla metà degli Stati Uniti.

Lungo il percorso, il magma incendiò giacimenti di gas e di petrolio. I gas serra rilasciati nell’atmosfera fecero salire la temperatura di diciotto gradi rispetto alla media attuale. Gli oceani si acidificarono, disintegrando le barriere coralline e sciogliendo le conchiglie degli organismi marini. Questo cataclisma geologico non fu certo l’ultimo a minacciare tutte le forme di vita sul pianeta. Il supervulcano Toba eruttò 74000 anni fa in Indonesia, sprigionando duemila megatoni di anidride solforosa e creando un cratere di cento chilometri per venti. Le eruzioni provocarono un inverno vulcanico che si protrasse per anni e squarciò lo strato di ozono, permettendo così alle radiazioni ultraviolette di bruciare la vita sulla Terra. La popolazione mondiale si ridusse a soli 10000-30000 individui; il genere umano fu a un passo dall’estinzione. Ma la Terra non aveva ancora finito di provare a sbarazzarsi di noi. Seguirono una settantina di eventi vulcanici quasi apocalittici, e uno degli ultimi fu l’eruzione del Tambora, in Indonesia, nel 1815, a tutt’oggi il più devastante evento eruttivo mai documentato.

Centinaia di migliaia di testimoni assistettero a quella catastrofe, la cui eco raggiunse il resto del mondo grazie agli equipaggi delle navi coloniali britanniche che al tempo solcavano il Pacifico meridionale. La pietra pomice presente nell’acqua raschiava contro il legno delle imbarcazioni, producendo un suono simile a unghie di scheletri che artigliavano lo scafo per salire a bordo delle navi. Si sentiva inoltre un debole sibilo in lontananza, un sussurro inquietante che proveniva dal punto in cui la lava del vulcano si riversava in mare.

Le esplosioni, inizialmente scambiate per cannonate e udite fino a 1300 chilometri di distanza, polverizzarono i primi mille metri della montagna, creando una densa colonna di cenere e roccia alta trenta chilometri.

All’inizio quelle esplosioni avevano fatto pensare a un feroce attacco dei pirati contro una nave mercantile; poi però l’isola era stata coperta da nuvoloni di cenere nera, seguiti da un’onda poderosa che fecero capire che c’era stata un’eruzione vulcanica di proporzioni bibliche. L’eruzione e la successiva carestia fecero 100000 vittime nella sola Indonesia, e milioni di altre persone morirono meno di due settimane dopo, quando la nube di cenere circondò l’equatore. In alcune aree le temperature scesero anche di venti gradi, dando inizio al famigerato “anno senza estate”. Sir Stamford Raffles,

governatore di quella particolare regione asiatica e appassionato naturalista, documentò scrupolosamente l’eruzione, svolgendo quindi un ruolo fondamentale in tutta la vicenda. Il suo resoconto cela una storia che riguarda l’instabilità geologica del nostro pianeta capriccioso, e un futuro che è già cominciato e che metterà in discussione tutto ciò che sappiamo sul nostro ruolo in questo mondo.

 

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Foto in evidenza di Jialiang Gao sotto licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported