E’ la mattina del 19 febbraio 1512. La grande chiesa di Brescia non ha mai conosciuto una simile affluenza, ma le persone che vi si affollano non sono fedeli intervenuti per una cerimonia religiosa.

Decine di donne e bambini, accalcati, tremano nell’attesa, pieni di speranza; ma neppure lì, nella casa di Dio, sono al sicuro. Nonostante la neve, fa quasi caldo tale è l’affollamento, eppure si è in pieno inverno. Il silenzio è assoluto. Tutti tengono lo sguardo fisso sul grande portale della chiesa. Fuori i rumori diventano sempre più forti, sempre più vicini; dentro il silenzio è impressionante. Tutti trattengono il fiato, i corpi sono come impietriti. All’improvviso, con uno schianto terribile, il portale viene abbattuto e dal varco dilaga all’interno una massa di uomini armati che, brandendo la spada, lanciano le loro cavalcature all’interno della chiesa. I cavalli, emettendo nitriti terrificanti, si avventano contro quella massa umana che urla di terrore. Sono tutti fermi, in piedi, non possono fuggire, schiacciati, soffocati, bersagliati di colpi. Ma l’orrore deve ancora cominciare: gli uomini armati menano fendenti terribili sui corpi indifesi. Le truppe francesi si sono appena impadronite di Brescia, assassinando, stuprando, rubando, bruciando. Sono guidate da un uomo giovane e attraente di appena ventidue anni, il terribile Gaston de Foix,

che morirà cinquantasette giorni dopo, nella battaglia di Ravenna, col viso trafitto da quindici colpi di lancia.

Durante quell’incursione in chiesa, Niccolò, un bambino di appena dodici anni, vede abbattersi una spada sulla sua testa e sul suo viso. Tra i morti che si contavano a decine, si trovò il suo corpo esanime, col viso sfregiato da due ferite spaventose e la mascella fracassata, eppure era ancora vivo. Il padre di Niccolò era morto sei anni prima di quegli avvenimenti, facendo piombare la famiglia, che già non era ricca, nella miseria. Troppo povera quindi per pagare un medico che si prendesse cura di lui, la madre di Niccolò si dedicò a curarlo da sola, come poteva: gli medicava le ferite, gli applicava unguenti, e lasciava fare al tempo. Per mesi il bambino non poté pronunciare neppure una parola, e si temeva che restasse muto. Poi finì per articolare qualche suono e, a poco a poco, recuperò l’uso della parola; ma balbettava, e così i coetanei lo soprannominarono Tartaglia. Se la famiglia non aveva i mezzi per pagare un medico, tanto meno ne aveva per stipendiare un professore che si occupasse dell’istruzione di Niccolò. In realtà Niccolò aveva avuto un insegnante, ma solo per un terzo…e infatti gli aveva insegnato un terzo dell’alfabeto, dalla A alla G. Quando Niccolò aveva sei anni, il padre aveva ingaggiato un professore, che avrebbe dovuto pagare in tre rate, ma poco dopo aver pagato il primo terzo del compenso pattuito morì, e il professore interruppe le lezioni. Così Niccolò era rimasto in panne a un terzo dell’alfabeto. Ma il suo desiderio di imparare era tanto, così si procurò un sillabario completo e imparò da solo i due terzi dell’alfabeto che gli mancavano, fino alla Z. Da quell’apprendistato solitario, Tartaglia ne fece di strada, fino a diventare un matematico di prim’ordine e apportando un decisivo contributo alla formulazione risolutiva delle equazioni algebriche di terzo grado. Crescendo rimase sempre piccolo di statura, ma con una barba molto folta, che nascondeva quasi del tutto le cicatrici.

Inoltre, soltanto un orecchio molto attento sarebbe riuscito a distinguere qualche strascico della balbuzie nella sua pronuncia. Più o meno nello stesso periodo storico, entra nella scena intellettuale italiana un medico appassionato di matematica: Gerolamo Cardano.

Cardano era nato a Pavia nel 1501, a meno di un mese d’età, era stato colpito da vaiolo ma, immerso in un bagno d’aceto, ne era guarito. A otto anni aveva avuto la dissenteria; a nove era ruzzolato dalle scale, cadendo in malo modo. Al momento della caduta, aveva in mano un grosso martello, che gli era sfuggito, colpendolo al centro della fronte e aprendo una ferita che arrivava fino all’osso. Le disgrazie non arrivano mai sole: qualche tempo dopo, mentre stava tranquillamente seduto sulla soglia di casa, una pietra si era staccata dal tetto e gli era caduta sulla testa. A diciotto anni era stato contagiato dalla peste. Aveva rischiato di annegare a Venezia e nel lago di Garda, si era fratturato l’anulare della mano destra a Bologna ed era stato azzannato due volte da un cane. Il padre di Cardano era un medico e giurista erudito; il tipico uomo del Rinascimento. La madre invece, era una donna bigotta e irascibile, ma dotata di una memoria e di uno spirito davvero superiori. Padre e madre, che non andavano mai d’accordo, si trovavano concordi su una sola cosa: lo picchiavano a non finire. E ogni volta Cardano si ammalava fino a sfiorare la morte. Per colmo di sfortuna, col tempo si era scoperto impotente e, nonostante ripetuti tentativi con fanciulle di facili costumi, non aveva potuto risolvere la faccenda fino al momento del matrimonio. La prima notte di nozze, quando aveva ormai trentun anni, l’impotenza aveva cessato per sempre di affliggerlo; ma a trentacinque anni aveva preso a urinare spesso, fino a sessanta volte al giorno, e da quel disturbo non era mai guarito, a differenza di quanto era avvenuto per le emorroidi, che lo fecero soffrire molto fin quando, per miracolo, sparirono del tutto, all’età di cinquant’anni. Inutile dire che spesso Cardano era assalito dalla tentazione di uccidersi. Ma nonostante tutti questi eventi nefasti, e alcuni difetti fisici, la testa gli funzionava bene, anzi molto bene. A vent’anni insegnava matematica all’università di Pavia, poi divenne medico e insegnò nella città di Milano. Cardano conquistò una certa fama anche come astrologo e dedicò gran parte del suo tempo a preparare oroscopi. Sempre più celebre, era richiesto in tutta Europa. Fu pagato lautamente per recarsi a Edimburgo a curare un arcivescovo e, lungo la via del ritorno, passando da Londra, ne approfittò per tracciare l’oroscopo di Edoardo VI, il giovane figlio di Enrico VIII e Jane Seymour, salito sul trono a nove anni.

Il sovrano andava per i sedici anni e lesse con gioia l’oroscopo di Cardano, che gli prediceva una lunga vita, ben più lunga della vita dei suoi contemporanei. Cardano era appena tornato in Italia quando apprese la notizia della morte di Edoardo VI. Nonostante gli sberleffi da parte dei suoi detrattori però, Cardano non si scompose e invocò come scusante alcuni errori di calcolo, il che era ancora più sorprendente per un matematico. Cardano ebbe due figli e una figlia. Con la figlia le cose andarono bene, ma con i figli maschi… Il primogenito, Giovanni Battista, era il suo prediletto, ma era anche lui di salute fragile. A quattro anni, a causa della mancanza di cure da parte della balia, divenne sordo dall’orecchio destro; eppure riuscì lo stesso a studiare musica, diventando un musicista. Come il padre, abbracciò la professione di medico ma, pur non essendo del tutto impotente, com’era stato il padre, non riusciva a soddisfare la moglie, e lei lo tradì in continuazione, fin quando lui, stanco, non le fece mangiare un certo dolce. Accadde così che fu condannato a morte per avvelenamento e decapitato all’età di ventisei anni. Aldo invece, l’altro figlio, era estremamente violento; non faceva altro che scappare di casa e commettere furti. Poi, tornato dal padre, gli faceva scenate terribili. Cardano finì per averne paura,, al punto di scacciarlo di casa e diseredarlo. Con l’aiuto di uno studente che faceva da segretario a Cardano, Aldo s’introdusse in casa del padre, forzò un cofanetto e rubò l’oro e le pietre preziose che vi trovò. I ladri però non andarono lontano. Catturati e giudicati, furono condannati: Aldo, all’esilio e il suo complice, alla galera. Aldo però decise di vendicarsi e, dal carcere, inviò una lettera al Sant’Uffizio a Roma, la terribile Inquisizione. In quella lettera, denunciava il padre. Cardano fu immediatamente imprigionato. L’Inquisizione gli ordinò di abiurare gli errori contenuti nelle sue opere e di rinunciare ad insegnarli. Cardano sottoscrisse l’abiura e fu radiato dall’università. Ma quali crimini aveva commesso Gerolamo Cardano per attirarsi i fulmini di quell’istituzione criminale? Anzitutto aveva scritto che il cristianesimo non era veramente superiore alle altre religioni monoteiste; poi che era contrario al dogma dell’immortalità dell’anima e, infine, aveva commesso il crimine supremo: aveva tracciato l’oroscopo nientemeno che a Gesù Cristo, come se fosse stato un essere umano qualsiasi! Non si sa se avesse previsto quello che gli era accaduto millecinquecento anni prima in Galilea. Al di là di tutto, Cardano rimane una figura poliedrica del Rinascimento italiano. Oggi è noto soprattutto per i suoi contributi all’algebra (nella sua maggiore opera matematica, l’Ars Magna,

ha pubblicato le soluzioni dell’equazione cubica e dell’equazione quartica), ma a lui si deve anche la parziale invenzione della serratura, della sospensione cardanica (che permette il moto libero, ad esempio, delle bussole nautiche ed è alla base del funzionamento del giroscopio) e della riscoperta del giunto cardanico.

 

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Foto Duomo di Brescia di  Wolfgang Moroder sotto licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Foto Gerolamo Cardano sotto licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

Foto giunto cardanico di Van helsing sotto licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported