Eldorado, luogo mitico la cui leggendaria ricchezza eccitò l’avidità di molti avventurieri, mercenari, nobili, che dal XVI secolo partirono dalla vecchia Europa diretti verso il Nuovo Mondo e consumarono le loro vite alla ricerca dell’oro. Molti morirono, pochi fecero ritorno. Tra questi personaggi, una menzione d’onore spetta a Percy Harrison Fawcett, il prototipo dell’archeologo avventuriero senza paura, la versione british di Indiana Jones: altrettanto spericolato ma baffuto e con l’elmetto.

L’ultimo dei grandi esploratori vittoriani era un uomo dal carattere d’acciaio, e solo così si poteva essere per fare un lavoro come il suo: era totalmente votato alla missione. In ambienti così pericolosi come il Sud America, l’attitudine mentale positiva e una ferrea determinazione faceva la differenza tra la vita e la morte; la sua sicurezza incrollabile, il suo coraggio e la volontà di perseguire il suo obbiettivo ad ogni costo supportava la sua leggendaria salute di ferro. Non si stancava mai, era vegetariano e raramente si ammalava; dove i portatori crollavano per la malaria, lui fischiettava allegro mentre si faceva strada nella giungla. Quando tutti erano stanchi, lui proseguiva sempre teso al raggiungimento dell’obbiettivo, era un vero capo ma non era inflessibile, sapeva come farsi ubbidire e come conquistarsi con l’esempio il rispetto degli altri membri della spedizione. Era in grado di sopravvivere in ambienti estremi meglio di chiunque altro perché aveva imparato una nozione fondamentale: la foresta amazzonica uccide e solo con le tecniche tradizionali apprese dagli indigeni era possibile superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Se qualcuno era in grado di sopravvivere ad un’avventura pericolosa, quello era Fawcett. Aveva servito l’esercito britannico in Sri Lanka, era stato in Nord Africa come agente dei servizi segreti, e poi combattuto nella prima guerra mondiale. Prima di andare al fronte, Fawcett era già stato in Amazzonia una mezza dozzina di volte, e in Sudamerica numerose altre volte per eseguire delle mappature della giungla al confine tra Brasile ed Argentina, per conto della Royal Geographical Society. Durante le sue spedizioni, entrò spesso in contatto con diverse tribù di nativi, tra le quali riusciva a muoversi grazie a regali e ad un comportamento paziente e gentile. All’inizio del 900, questa ex spia per conto di Sua Maestà si trasforma in un eccezionale esploratore e compie una serie di incredibili spedizioni nel cuore dell’Amazzonia, ossessionato dalla ricerca dei resti di una civiltà perduta.

Si imbatte in tribù armate di frecce avvelenate, combatte contro coccodrilli, giaguari, pirana, anaconde e insetti mortali. Già nel 1914, basandosi su alcune ricerche documentali, ed anche su racconti della popolazione locale, Fawcett si convinse che le città descritte dai primi conquistadores dovevano ancora essere scoperte. Per trovarle, intraprese due viaggi che non andarono bene, per le durissime condizioni climatiche, le malattie, e la scarsità di cibo che portarono le spedizioni all’esaurimento. Fawcett però non accettava facilmente la sconfitta, così nel 1925 organizzò una terza spedizione, a cui avrebbe voluto partecipare anche il suo “collega” avventuriero Thomas Edward Lawrence, passato alla storia come Lawrence d’Arabia.

L’esploratore invece preferì portare con sé il figlio ventunenne Jack e il suo migliore amico Rimmell, perché pensava che viaggiare leggeri  (solo con poco bagaglio a mano) e con due ragazzi giovani e sani, avrebbe consentito loro di essere meno visibili nella giungla, dove le tribù ostili, alcune delle quali non avevano mai avuto contatti con l’uomo bianco, rappresentavano un grave pericolo. Nelle sue ricerche della città perduta in Amazzonia Fawcett si imbatté in un manoscritto del XVIII sec., il resoconto di una spedizione portoghese nel Mato Grosso alla ricerca delle miniere perdute di Muribeca, di cui si favoleggiava già dal XVII sec. È denominato Manoscritto 512 ed è attualmente conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro.

Il racconto è affascinante perché oltre al viaggio irto di pericoli, nel testo si descrive la scoperta di una vasta città perduta costruita da una civiltà avanzata e molto raffinata i cui abitanti sembravano essere spariti improvvisamente. La città era molto grande, di architettura ricercata, con statue, decori e anche iscrizioni che l’autore del manoscritto riporta con buona precisione. L’area era circondata da un muro perimetrale di protezione; parte della struttura cittadina  giaceva in rovina, con un’area sommersa dal terreno, ma buona parte era esplorabile. I portoghesi si stupirono di trovare una strana statua al centro della piazza più grande, posta su una colonna e che puntava verso il nord. Una statua dalle fattezze nordiche europoidi, ben diverse da quelle indigene. Fawcett studiò il testo con attenzione e si convinse che questa fosse la misteriosa città di cui parlavano le tradizioni degli Indios sudamericani, la patria degli Ariani, che tradizionalmente abitavano il Nord, o Thule, ma che nelle loro peregrinazioni erano scesi fino al Sud America. L’indicazione della statua indicante il nord era in effetti un indizio molto preciso. La chiamò Z, un nome in codice per mantenere segreta l’ubicazione della città e il nome cosicché nessun altro potesse raggiungerla. Fawcett cercava i resti di un massiccio insediamento (come quello di Machu Picchu) costruito da una civiltà paragonabile a quella degli antichi egizi. Ma durante quest’ultima missione, Fawcett scompare. Letteralmente. Nessuno saprà cosa ne è stato di lui. Molte spedizioni si sono susseguite alla ricerca dei suoi resti, ma invano. Molte supposizioni sono state fatte sulla fine di Fawcett, del figlio Jack, e del suo amico Raleigh Rimmel: secondo alcuni furono uccisi da indiani ostili, forse i Kalapalo, ultima tribù ad averli visti vivi, o gli Arumà o gli Xavante, che vivevano nel territorio in cui gli esploratori stavano per avventurarsi. Secondo alcune testimonianze, i due ragazzi apparivano malati e zoppicanti, e forse morirono nella giungla per cause naturali. Alcuni sostennero che Fawcett fosse tenuto prigioniero dai nativi; altri che avesse perso la memoria e fosse divenuto il capo di una tribù di cannibali. Molte altre cause furono date come probabili: malaria, infezioni da parassiti, fame, annegamento e attacchi di animali feroci. Nella giungla, i corpi si decompongono rapidamente, ma perché non sono mai state trovate le loro ossa?  Dopo molte missioni di ricerca, perché nessuno è stato in grado di determinare con esattezza la tribù che li avrebbe uccisi? Il destino di Fawcett non potrà mai essere conosciuto con certezza, ma negli ultimi anni è stato dimostrato che la sua teoria sulla presenza nella giungla di una civiltà avanzata non fosse soltanto il frutto della fantasia. Molti archeologi ritengono che l’Amazzonia fu un territorio ricco di decine di vivaci insediamenti nei secoli prima dell’arrivo degli europei. Gli scavi hanno portato alla luce i resti di città giardino con mura di terra, reti stradali complesse e spazio sufficiente per migliaia di abitanti. Alcuni di questi siti sono immersi nel profondo dell’odierno stato del Mato Grosso, quella regione in cui Percy Fawcett sperava di trovare la sua mitica città di Z.