Michelangelo è forse l’artista più incredibile, controverso, sofferto e tormentato di tutta la storia dell’arte.

Come già abbiamo fatto per Dante (https://asvistamenti.it/dante-il-poeta-guerriero ), tenteremo di affrontare il campione della Chiesa cristiana in una prospettiva nuova, completamente diversa. A differenza di quanto abbiamo fatto per Dante però, non prenderemo in esame Michelangelo in età giovanile ma nel pieno della sua maturità anagrafica, quando viene obbligato a completare la tomba di Giulio II, opera ambiziosa ma rinviata per quasi quarant’anni.
Stiamo parlando di un Michelangelo le cui mani, imbiancate dalla polvere di marmo, e le cui dita forti che per tutto quel tempo avevano assecondato il furore dell’anima, cercando le figure nella pietra ed esplorando la materia con una conoscenza allenata dallo studio del corpo, dei muscoli e delle espressioni, cominciava a sentirsi stanco e debole. Michelangelo era stato l’arma più efficace e sottile della Chiesa attraverso la magnificenza delle sue opere. La volta della Cappella Sistina,
il Giudizio universale,
la Pietà vaticana,
sapevano incantare e sedurre e, proprio per questo, camuffavano nello splendore la vera essenza del potere e del dominio. Michelangelo prendeva il denaro dei papi e metteva la propria arte al loro servizio, e così facendo ne celebrava il potere e ne amplificava l’eco. Ma a un certo punto capì che quello che stava facendo era sbagliato. Aveva creduto di potersi avvicinare a Dio modellando il marmo, scolpendo le forme più belle, usando pennelli e colori quasi fossero il canto della natura; ma quella speranza ora era andata in frantumi. Aveva ceduto alle lusinghe del denaro e della fama e questo lo aveva portato a perdere se stesso. Ora aveva bisogno di redenzione. C’era un’opera alla quale continuava a lavorare, e che gli stava costando quarant’anni di tormenti e tribolazioni, e pareva non finire mai: la tomba di Giulio II. Lui era morto ma i suoi eredi, i Della Rovere, e in particolare Guidobaldo II,
non avevano rinunciato a quel monumento funebre. Anzi, non passava mese che non chiedessero aggiornamenti sul lavoro e su quanto mancasse al suo completamento. Michelangelo poteva comprenderne le ragioni ma, d’altra parte, dopo quell’infinito lasso di tempo, aveva fatto sempre più fatica a dedicare attenzione ed energie a un progetto che non lo appassionava più e che lo trovava stanco e disgustato, in uno stato d’animo completamente diverso. E ora che si trovava ad affrontarlo in virtù del suo contratto, il pensiero gli martellava le tempie come un urlo incessante, un grido senza fine che gli toglieva il sonno e la pace.
Ma chi era Giulio II?
Era stato il papa re, il guerriero che aveva tenuto Roma in pugno come avrebbe fatto un monarca più che un uomo di fede.
Era stato lui a riconquistare Bologna alla Chiesa, a metter in fuga i francesi costretti a tornarsene oltre le Alpi, Lui aveva chiesto a Firenze la cacciata del gonfaloniere Pier Soderini, reo di avergli negato truppe d’appoggio favorendo in tal modo l’odiato Luigi XII, che così fu esiliato.
Ma torniamo a Michelangelo. Ora avrebbe lavorato a quell’opera in un modo diverso: più semplice, sincero, puro. Sarebbe stata l’occasione per riavvicinarsi a Dio. Dopo l’invidia provata per Leonardo quando aveva visto per la prima volta il cartone preparatorio della Battaglia di Anghiari, e si era chiesto se sarebbe mai stato possibile disegnare meglio di così,
dopo aver odiato il Perugino perché aveva osato criticare i corpi nudi dei suoi soldati nella Battaglia di Cascina,
dopo che Raffaello era stato celebrato come il campione dell’arte romana, relegando lui in secondo piano quando ancora si stava macerando fra le pareti della Sistina, Michelangelo promise a se stesso che avrebbe dipinto soltanto per la gloria di Dio e mai, mai più per dimostrare a se stesso e al mondo di essere il miglior artista del suo tempo. Solo Dio sarebbe stato il muto testimone del suo amore per l’arte. A lui avrebbe offerto i frutti del suo lavoro. A niente e a nessun altro. A nessun papa, principe o monarca. Ormai provava un odio intenso per quella Chiesa paurosa, infida, strisciante che si preoccupava di controllare i propri figli, al solo scopo di punirli, piegandoli al proprio volere, invece di guardare dentro se stessa, per provare a cogliere, almeno una volta, le proprie contraddizioni e gli evidenti fallimenti che ne minavano sempre di più le fondamenta, e questo rischiava di metterlo sotto la lente dell’inquisizione. Ma in realtà, Michelangelo non fu mai attaccato direttamente dall’inquisizione, come avvenne per Reginald Pole,
cardinale inglese che premeva per una radicale riforma della Chiesa, o Vittoria Colonna,
marchesa di Pescara, stretti amici del Buonarroti. Questo perché Michelangelo era praticamente intoccabile. Malgrado il suo pessimo carattere, godeva della protezione del papa e i successi ottenuti con le opere realizzate gli avevano guadagnato l’ammirazione di tutti: tanto di re e regine quanto del popolo. Michelangelo apparteneva ad un mondo ormai perduto, che si ostinava a resistere in una città bella come una dea ma azzannata ogni giorno da un’infinita brama di potere. E in quella dicotomia, in quella gigantesca contraddizione, la Città Eterna si ammantava della magnificenza dell’arte, grazie ad una chiesa illuminata e a uomini sensibili alla meraviglia di opere che la rendevano immortale ma, al contempo, si colorava di tinte cupe come la cupidigia di quanti intendevano piegare quella meraviglia a propria immagine, così da soddisfare un desiderio di gloria personale. Michelangelo avrebbe continuato a battersi fino alla fine per Roma, per quella città magnifica e ferita, avvolta nello splendore dell’arte ma dilaniata dall’avidità del potere, celebrata nei poemi e ricattata dai calcoli politici, uccisa cento volte ma sempre risorta nella gloria del tempo, nella Storia e nella memoria delle generazioni.
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Foto tomba di Giulio II di Jörg Bittner Unna sotto licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Foto Pietà di Stanislav Traykov sotto licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported