Andrea di Pietro della Gondola, detto Palladio
(appellativo che indica colui che è sacro a Pallade Atena,

divinità greca protettrice delle arti), fu l’architetto più importante della Repubblica Veneta, nel cui territorio progettò numerose ville che lo resero famoso, oltre a chiese e palazzi, questi ultimi prevalentemente a Vicenza, dove si formò e visse. Un po’ alla volta fu naturale per lui distinguere la pietra d’Istria dal marmo rosa di Verona e quello di Chiampo e ancora i diversi tipi di legno, dal morbido abete alla robusta quercia, dal faggio flessibile e resistente al castagno più leggero, per poi avvicinarsi all’utilizzo degli strumenti come mazze e martelli, raspe e subbie, così da sbozzare e preparare le pietre, fino a saper mescolare la sabbia, la calce e l’acqua per ottenere l’intonaco e il legante per i mattoni. Insomma con il passare del tempo, oltre ad aver imparato a riconoscere i materiali e a scolpire la pietra, i suoi disegni si facevano sempre più incredibili, capaci di riprodurre intere porzioni di edifici o facciate con una precisione e una ricchezza di dettagli a dir poco sorprendenti, fino a divenire capace di dominare le tecniche più diverse.
La sua concezione dell’architettura è totalmente dominata da concetti come armonia, proporzione, bellezza e plasticità, ma era anche un uomo di buon carattere, piacevole, addirittura faceto nelle conversazioni. Ora la domanda è: come possiamo affrontare in modo alternativo un simile gigante? Probabilmente la chiave è concentrarsi su un Palladio in qualche modo privato, rivolgendo l’attenzione al suo affetto per i figli, all’amore per la moglie e alle tragedie che colpirono la sua famiglia. Nel 1534 Andrea sposò Allegradonna, di cui non si sa quasi nulla, che gli donò cinque figli: Leonida, Marcantonio, Orazio, Zenobia e Silla. Leonida fu senza ombra di dubbio quello che diede più grattacapi al Palladio, basti pensare che ad una festa tenuta al palazzo di Alessandro Camera per il giorno degli innamorati si lasciò andare a pensieri licenziosi verso la moglie del padrone di casa, fino ad arrivare ad importunarla. Sfortunatamente, Alessandro Camera si accorse di quello che stava succedendo e ne nacque una diatriba che culminò con uno scontro all’arma bianca. Leonida ebbe la meglio; con un fendente lacerò il ventre di Alessandro Camera dopodiché estrasse la lama e gliela conficcò nel viso per ben quattro volte squarciando le guance, spaccando gli occhi facendoli schizzare dalle orbite e lasciando il malcapitato con due grandi fori neri al centro di quello che un tempo era stato il volto. Alessandro Camera, o quel che ne rimaneva, stramazzò così a terra in un lago di sangue mentre Leonida correva via tra le grida d’orrore che si levavano dai saloni del palazzo. Assassinio, non vi era altra parola. Quello che aveva commesso Leonida andava al di là dell’immaginabile. Più volte il Palladio aveva detto a quel figlio scellerato che quel suo modo di vivere disordinato e rabbioso non lo avrebbe portato da nessun’altra parte se non in galera. E ora i suoi peggiori incubi si erano avverati. Andrea Palladio sapeva di aver sbagliato. Quanto era accaduto rifletteva la sua inadeguatezza come padre. Come aveva potuto permettere che suo figlio si smarrisse fino a quel punto? A cosa era servito progettare le ville più belle, i palazzi più eleganti, le chiese più solenni se poi il suo primogenito ammazzava un uomo a coltellate? Alcuni dicevano che era stata legittima difesa, ma dalla descrizione dei fatti appariva che Leonida avesse pugnalato Alessandro Camera più volte al viso. Quale uomo, in pericolo di vita, arriverebbe a far tanto? Se davvero Leonida fosse stato vicino a morire, si sarebbe limitato a colpire l’avversario in un modo che suggerisse lotta, difesa, sopravvivenza. Ma pugnalare più volte un uomo al viso era indice di una crudeltà e una ferocia che nulla avevano a che vedere con la legittima difesa. Leonida era il figlio del più grande architetto di quel tempo. Non vi era in città un palazzo che non recasse la sua firma.
A ben vedere, sembrava che quell’uomo avesse, con la propria opera, ridisegnato le facciate degli edifici, le forme dei ponti, le strutture delle ville, inventando praticamente dal nulla un nuovo concetto di architettura.

Molti in città, nutrivano una profonda stima nei confronti di quello che a buon diritto poteva definirsi un genio. Vi contribuiva poi quel suo buon carattere, una gentilezza quasi congenita, come se in lui fosse una dote naturale, ovvia, perfino scontata. E come poteva un uomo come quello, avere per figlio un assassino? Andrea Palladio decise di sfruttare tutte le sue conoscenze per scagionare Leonida (pur sapendo in cuor suo che fosse colpevole) e ci riuscì, attirando però su di se l’ira della famiglia Camera. Grazie a suo padre e alle sue amicizie, Leonida era riuscito ad ingannare la giustizia e a vivere ancora qualche anno, senza avere titolo per farlo. Poi come contrappasso, la morte era venuta a chiedere il tributo, e nel 1572 in circostanze mai chiarite del tutto fu ucciso, probabilmente per vendetta da parte della famiglia Camera. Ma i dispiaceri per il Palladio non erano certo finiti qui. Il secondogenito, Marcantonio, lavorò col padre fino al 1560, poi si trasferì a Venezia per entrare nella bottega dello scultore Alessandro Vittoria, allontanandosi così dal padre. Orazio si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova, ma l’Inquisizione lo individuò come un pericoloso referente di quell’eresia che a Vicenza pareva dilagare e nel 1572, pochi mesi dopo il fratello Leonida, fu ucciso. Meglio andò agli ultimi due figli del Palladio. L’unica figlia femmina, Zenobia, andò sposa nel 1564 all’orafo Giambattista Della Fede e dal matrimonio nacquero due figli. Silla invece, il figlio più giovane di Andrea Palladio, studiò lettere a Padova. Non si laureò, ma dopo la scomparsa del padre venne chiamato a concludere i lavori del Teatro Olimpico.

Nel 1580 a 72 anni, se non povero, godendo di una condizione economica assai modesta, Palladio morì a Maser dove stava lavorando al tempietto di villa Barbaro.
Le circostanze della sua morte rimangono sconosciute e oscure: non è nota né la causa, né il giorno preciso.
Un’ultima curiosità. La Casa Bianca,
residenza del presidente degli Stati Uniti d’America, è progettata in stile palladiano, così come la residenza di Monticello
progettata per sé da Thomas Jefferson. Per questo motivo il Congresso degli Stati Uniti d’America ha riconosciuto Palladio come “padre dell’architettura americana”.
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Foto Villa la Rotonda di Marco Bagarella sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Foto Palazzo Chiericati di Didier Descouens sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Foto in evidenza di Didier Descouens sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Foto Teatro Olimpico di Didier Descouens sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Foto residenza di Monticello di Martin Falbisoner sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Foto Casa Bianca di Zach Rudisin sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported