Per quanto i teologi si sforzino di afferrare la sua vera natura, da più di mille anni non fanno altro che tentare di conciliare la figura del Dio vendicatore di Mosè

con quello paziente e caritatevole del Nuovo Testamento.

Un tentativo goffo e sgraziato, a mio avviso, del tutto inadeguato a esprimere la doppiezza dell’essenza divina. L’onnipotente è infatti doppio. In quale altro modo potremmo concepire Dio, se non come uno spirito scisso in due essenze speculari? Riflettiamo bene. Pensiamo alla mano che uccise i primogeniti d’Egitto

e a quella che concesse al genere umano di crocifiggere il Suo unico figlio.

Come potrebbero, queste due mani così diverse, appartenere al medesimo nume eterno e immutabile, se non in virtù del fatto che in esso coesistano due nature opposte? L’uomo è talmente ossessionato dalla figura del diavolo da dimenticare che il male supremo proviene da Dio. Eppure, il libro della Genesi è chiaro. Da lui scaturiscono in egual misura la luce e la tenebra, il cielo stellato e l’abisso, ed è in virtù di questa antitesi che Egli, creando l’uomo, lo plasmò a sua immagine e somiglianza. Ossia, doppio!

 

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