Il 7 luglio 2005, quattro attentatori si fecero saltare in aria con i loro zaini pieni di esplosivo nel centro di Londra.

Provocarono la morte di cinquantadue persone e il ferimento di circa settecento; di queste, almeno un centinaio rimasero orrendamente mutilate. Tre degli attentatori erano nati e cresciuti in Inghilterra, ma erano figli di immigrati del Pakistan. Il quarto era nato in Giamaica, poi naturalizzato inglese e infine convertito all’Islam. Il loro estremismo e il lavaggio del cervello che li aveva portati a quel fanatismo radicale non era frutto di un’educazione acquisita all’estero, al contrario, tutto era successo proprio nel cuore dell’Inghilterra, frequentando le moschee più radicali e dando ascolto a predicatori fanatici. Nei momenti successivi alla tragedia dell’11 settembre era diventata subito chiara una cosa che nessuno aveva mai messo in discussione: non si trattava di qualcosa che stava accadendo in quel momento, ma di qualcosa che incombeva da tempo. Come accade sempre con le informazioni segrete: nulla di eclatante ma tanti piccoli pezzi sparsi ovunque. I pezzi erano stati in mano a setto o otto delle principali agenzie americane di intelligence, che però non avevano mai comunicato tra loro. L’11 settembre ha provocato un brusco cambio di strategia. Adesso negli Stati Uniti esistono sei responsabili a cui ogni cosa deve essere comunicata sin dagli stadi iniziali. Quattro sono politici: il presidente, il vicepresidente, il segretario della Difesa e il segretario di Stato. E due sono professionisti del settore: il consigliere per la sicurezza nazionale a capo del dipartimento della sicurezza interna e di diciannove agenzie di intelligence, e, al vertice della piramide, il direttore di tutti i servizi segreti nazionali. La CIA è ancora il principale ente di raccolta delle informazioni di intelligence al di fuori degli Stati Uniti, ma il suo direttore non è più il cavaliere solitario del passato.

Tutti riferiscono ai livelli superiori e la parola d’ordine è: confrontare. Fra i giganti, l’NSA è ancora la più grande in termini di budget e personale, e la più segreta. E’ l’unica a non avere legami con il pubblico o i media. Lavora nell’ombra, ma ascolta, decritta, traduce e analizza ogni cosa. Però, parte di quanto viene captato, registrato, scaricato, tradotto e studiato passa anche a comitati di esperti “esterni”. L’interessamento dell’NSA nei confronti dell’arabo era cresciuto costantemente negli anni Novanta, quando, oltre alla continua attenzione legata alla contesa israelopalestinese, il terrorismo di matrice islamica aveva cominciato a intensificarsi. Aveva acquisito una prevalenza assoluta dopo l’attacco con un camion bomba alle Torri del World Trade Center, nel 1993. Ma dopo l’11 settembre la questione divenne: “Vogliamo conoscere ogni singola parola di quella lingua”. Pertanto, il dipartimento di arabo è enorme e vi lavorano migliaia di traduttori, la maggior parte arabi di nascita ed educazione, e un piccolo numero di studiosi non arabi. L’arabo non è un’unica lingua. A parte quello classico del Corano e dell’accademia, è parlato da mezzo miliardo di persone, ma con almeno cinquanta diversi dialetti e accenti. Se la parlata è veloce, frammista a idiomi locali, e la qualità della registrazione è bassa, di solito c’è bisogno di un traduttore proveniente dalla stessa area per poter cogliere ogni significato e sfumatura. E’ una lingua che presenta spesso uno stile elaborato, con numerose figure retoriche, infarcita di forme di adulazione, ridondanze, similitudini e metafore. Inoltre può essere molto ellittica, dai contenuti sottintesi piuttosto che enunciati esplicitamente. E’ parecchio diversa dall’univocità dell’inglese. Ma andiamo oltre. Spesso si usa il termine “fondamentalista” per descrivere la filosofia dei terroristi, ma in realtà è un termine improprio. Questa parola implica un “ritorno alle origini”. Ma chi dissemina di bombe treni, centri commerciali e autobus non sta tornando alle origini dell’Islam. Sta scrivendo un nuovo e personale copione, cercando di motivarlo attraverso la ricerca di passi del Corano che giustifichino quella guerra. Ci sono fondamentalisti in tutte le religioni. Gli ordini monacali cristiani, votati alla povertà, alla rinuncia, alla castità e all’obbedienza sono fondamentalisti. Gli asceti esistono in tutte le religioni, ma non sostengono l’assassinio indiscriminato di uomini, donne e bambini. Questo è il punto chiave. Giudicate tute le religioni e tutte le sette secondo questa ottica e vedrete che il desiderio di tornare alla dottrina delle origini non ha nulla a che fare con il terrorismo, perché in nessuna religione, compreso l’Islam, tali insegnamenti invocano le stragi.

Allora i terroristi di oggi si possono definire Jihadisti?

Anche la parola jihad in realtà è scorretta. Ovviamente la jihad esiste, ma ha le sue regole. O è una lotta intima, personale, per diventare un musulmano migliore, ma in questo caso è del tutto priva di aggressività, oppure significa una vera guerra santa, una lotta armata in difesa dell’Islam. Questo è quello che i terroristi sostengono di fare. Ma scelgono quali regole estrapolare dal testo. In primo luogo, la jihad può essere dichiarata solo da un’autorità coranica di provata e condivisa reputazione. Bin Laden e i suoi accoliti erano noti per la loro mancanza di cultura.

Anche se è vero che l’Occidente ha attaccato, ferito, danneggiato, umiliato e degradato l’Islam, e pertanto tutti i musulmani, esistono comunque delle regole, e il Corano è assai preciso al riguardo. E’ vietato attaccare e uccidere coloro che non ti hanno causato offesa e non hanno fatto nulla per ferirti. E’ proibito uccidere donne e bambini. E’ proibito prendere ostaggi ed è proibito maltrattare, torturare o uccidere i prigionieri. I terroristi di Al-Qaeda e i loro seguaci fanno tutte queste cose quotidianamente. E non dimentichiamo che hanno ucciso molti più musulmani come loro che cristiani o ebrei. Questi possono essere definiti quindi “nuovi jihadisti”, perché hanno inventato una guerra non santa al di fuori delle leggi del Corano e pertanto dell’Islam autentico. La vera jihad non è barbara, ma quella che fanno loro si. Tutti gli attentatori continuano ad affermare di essere martiri, ma si sbagliano, perché sono stati ingannati, per quanto alcuni di loro sono ben istruiti. E’ assolutamente possibile morire come shahid, cioè martire, combattendo per l’Islam, in una vera guerra dichiarata. Ma ancora una volta esistono delle regole, e nel Corano sono alquanto specifiche. Il guerriero non deve morire per sua stessa mano, nemmeno se si è offerto volontario per una missione senza ritorno. Non deve conoscere il momento e l’ora della sua morte. I suicidi fanno esattamente questo. Eppure, questo atto è vietato in maniera specifica. Nella sua vita Maometto si è sempre rifiutato di benedire il corpo di un suicida, anche se l’uomo aveva posto fine alla sua vita per evitare la terribile agonia della sua malattia. Coloro che commettono stragi di innocenti e si suicidano sono destinati all’inferno, non al paradiso. I falsi predicatori e gli imam che li ingannano portandoli su questa strada li seguiranno.

Piccola divagazione: La CIA svolge sicuramente un ruolo di prim’ordine nella lotta al terrorismo. Nella gerarchia della CIA la nomina a direttore è sempre stata tradizionalmente di natura politica, ma il vero potere è di solito nelle mani dei due vicedirettori. Il vicedirettore delle Operazioni gestisce la vera e propria raccolta di informazioni di intelligence, mentre il vicedirettore dell’Intelligence si occupa di controllare e analizzare il materiale raccolto per trasformare i dati acquisiti in un quadro pregno di significati. Subito al di sotto ci sono il Controspionaggio (per evitare infiltrazioni e traditori interni all’agenzia) e l’Antiterrorismo (che sta diventando sempre di più il nodo nevralgico a mano a mano che il pericolo passa dalle vecchia URSS alle nuove minacce provenienti dal Medio Oriente).

Ma facciamo ora un esempio che ci aiuta a capire meglio come questa nuova jihad sia nata e si sia diffusa. Nell’estate del 1994 nei pressi di Jalalabad furono perpetrati dei selvaggi massacri ai danni di un villaggio che si era rifiutato di pagare ulteriori tributi in denaro ai locali signori della guerra ai quali il vecchio esercito afghano si era rimesso agli ordini poiché pagavano meglio. Fuori da Kandahar alcuni soldati portarono al loro accampamento due ragazzine adolescenti e le stuprarono in gruppo. Il predicatore del villaggio, che gestiva anche la scuola religiosa, andò all’accampamento con trenta studenti e sedici fucili. Contro ogni probabilità, ebbero la meglio sui soldati e ne appesero il comandante al cannone di un carro armato. Il religioso si chiamava Mohammad Omar, più conosciuto in seguito come Mullah Omar.

Aveva perso l’occhio destro in battaglia. La notizia si diffuse. Altri richiesero il suo aiuto. Lui e il suo gruppo crebbero di numero e risposero agli appelli. Non volevano denaro, non violentavano le donne, non rubavano il raccolto, non chiedevano ricompense. Divennero eroi locali. Nel dicembre del 1994, erano dodicimila quelli che si erano uniti a loro e avevano adottato il turbante nero del mullah. Si definivano studenti. In lingua pashto “studente” si dice talib, da qui il termine “talebano”. Da guardiani dei villaggi, diventarono un movimento, e quando conquistarono la città di Kandahar si trasformarono in un governo alternativo. A questo punto, il nuovo movimento si arricchì di un enorme arsenale: carri armati, autoblindo, camion, armi, sei caccia MIG-21 appartenuti ai sovietici e sei elicotteri da combattimento. Iniziò così il lato oscuro dei talebani. A Kandahar i pashtun, sebbene fossero devoti anche prima, erano sottoposti al più duro regime che il mondo islamico avesse mai conosciuto. All’improvviso tutte le scuole femminili furono chiuse. Alle donne fu vietato uscire di casa se non in compagnia di un parente maschio. Il burqa che copre tutto il viso fu reso obbligatorio in ogni momento della giornata; perfino il rumore dei sandali femminili sulle piastrelle venne bandito in quanto considerato richiamo sessuale. Vennero proibiti canti, danze, musica, sport, il volo degli aquiloni, passatempo nazionale. Le preghiere dovevano essere recitate le cinque volte al giorno prescritte. Gli uomini erano obbligati a portare la barba. Coloro che facevano rispettare la legge erano spesso adolescenti fanatici con i turbanti neri, a cui erano stati insegnati solo i Versetti della Spada, crudeltà e guerra. Da liberatori si trasformarono in nuovi tiranni, ma l’avanzata fu inarrestabile. La loro missione era mettere fine al dominio dei signori della guerra, e poiché questi erano molto odiati dalla popolazione, la gente, pur senza grande entusiasmo, acconsentì al nuovo rigore. Almeno c’erano legge, ordine, niente più corruzione, niente più stupri, niente più crimine, solo ortodossia fanatica. Il Mullah Omar era un religioso guerriero, ma nient’altro. Dopo aver iniziato la sua rivoluzione impiccando uno stupratore al cannone di un carro armato, si ritirò nell’isolamento della sua fortezza nel Sud, a Kandahar. I suoi seguaci parevano sbucati dal Medioevo, e fra le molte cose che non potevano accettare vi era la paura. Veneravano il mullah con un occhio solo, chiuso dietro le sue mura, e sarebbero morti in migliaia per lui. Quello talebano però non era un vero esercito; non avevano un comandante, né uno stato maggiore, né gradi o infrastrutture. Esistevano solo leader tribali che spesso mantenevano il proprio dominio grazie a personalità e coraggio in combattimento, cui si aggiungeva la devozione religiosa. Come i guerrieri musulmani dei primi califfati, i combattenti talebani spazzavano via i nemici con un coraggio fanatico che fece crescere intorno a loro una reputazione di infallibilità tale che i loro oppositori spesso capitolavano senza sparare un colpo. Salvo quando si scontravano con veri soldati, in quel caso spesso subivano indicibili sconfitte. Non avevano personale medico e i loro feriti morivano sul ciglio della strada. E tuttavia conquistarono il potere. Nel frattempo si andava formando un nuovo gruppo chiamato Al-Qaeda che aveva dichiarato una jihad globale contro tutti gli infedeli, contro l’Occidente e soprattutto contro l’America.

Piccolo cenno storico.

Tutto ha avuto origine con il wahabismo, la religione di stato dell’Arabia Saudita. Ma Osama Bin Laden ha dichiarato guerra ai suoi governanti perché eretici. Ci sono molti gruppi che divergono nell’ala estremista, che vanno oltre gli insegnamenti di Muhammad al-Wahab, un predicatore del diciottesimo secolo che arrivava dal Nejd, la regione più desolata e dura all’interno della penisola arabica.

Fra le molte interpretazioni del Corano privilegiò le più rigide e intolleranti. Questo succedeva allora, e così succede adesso. Ma si è andati oltre. Il wahabismo saudita non ha dichiarato guerra all’Occidente, o alla cristianità; né propugna l’assassinio di massa indiscriminato di chiunque, meno che mai di donne e bambini. Quello che Al-Wahab fece fu lasciare dietro di sé un terreno di intolleranza totale in cui i signori del terrore odierni possono piantare i giovani virgulti prima di trasformarli in assassini. Ma allora perché non sono confinati nella penisola arabica? Perché per trent’anni l’Arabia Saudita ha usato i suoi petrodollari per sovvenzionare l’internazionalizzazione della sua dottrina di Stato in ogni paese musulmano del mondo. Non vi è ragione di pensare che nessuno si sia reso conto di quale mostro stava liberando né di come si sarebbe indirizzato verso l’assassinio di massa. E tuttavia vi sono molte ragioni per credere adesso, quando è un po’ tardi, che l’Arabia Saudita sia terrorizzata dalla creatura da lei stessa finanziata per tre decenni. E allora perché Al-Qaeda ha dichiarato guerra alla fonte del suo credo e del suo finanziamento? Perché sono apparsi altri profeti, ancora più intolleranti, ancora più estremisti. Hanno predicato non solo l’intolleranza per qualunque cosa non fosse islamica, ma anche il dovere di attaccare e distruggere. Il governo saudita viene denunciato perché fa affari con l’Occidente e permette alle truppe americane di stare sul suo suolo. E questo si applica anche a ogni governo musulmano secolare. A giudizio degli estremisti sono tutti colpevoli come cristiani ed ebrei. Esistono molti gruppi ma sono due i più importanti. I “salafiti” e gli “oltranzisti”. I “salafiti” sono i sostenitori del ritorno alle origini. Vogliono davvero restaurare il grande periodo d’oro dell’Islam. Ritornare al tempo dei primi quattro califfati, più di mille anni fa. Barbe incolte, sandali, tuniche, rigida fedeltà alle norme della sharia, rifiuto della modernità e dell’Occidente che l’ha esportata.

Ovviamente un tale paradiso in terra non esiste, ma i fanatici non si lasciano mai scoraggiare da questo. Per inseguire i loro folli sogni, nazisti, comunisti, maoisti, seguaci di Pol Pot hanno massacrato centinaia di milioni di persone, metà delle quali amici e parenti, perché non erano abbastanza osservanti. Si pensi alle purghe di Stalin e di Mao, tutti compagni comunisti, ma eliminati perché apostati. Fra i salafiti ci sono i talebani, gli attentatori suicidi, ma anche i semplici credenti; hanno fiducia nei loro signori, seguono le loro guide spirituali, non sono molto intelligenti, ma obbediscono ciecamente e sono convinti che tutto il loro folle odio farà piacere ad Allah onnipotente. Gli “oltranzisti” invece sono i veri estremisti, definiti in genere con una sola parola: takfir. Qualunque fosse il significato ai tempi di Wahab, adesso è cambiato. Il vero salafita non fuma, non gioca, non balla, non tollera musica in sua presenza, non beve alcolici né cerca la compagnia di donne occidentali. Con il suo abito, l’aspetto e la devozione religiosa è immediatamente identificabile. Il che, dal punto di vista della sicurezza interna, facilita le cose. Ma alcuni sono pronti ad assumere ogni abitudine occidentale, anche se detestabile, per mostrarsi pienamente integrati e pertanto innocui. Tutti i diciannove attentatori dell’ 11 settembre sono passati inosservati perché recitavano bene la loro parte. Come i quattro attentatori londinesi che abbiamo menzionato all’inizio del post; in apparenza ragazzi normalissimi che andavano in palestra e giocavano a cricket, gentili, disponibili, uno di loro insegnate di sostegno, sempre sorridenti anche se stavano pianificando un assassinio di massa. Sono quelli così che vanno tenuti sotto controllo. Molti sono istruiti, affabili, distinti, indossano completi di buon taglio, hanno un diploma. Sono i più temibili; pronti a trasformarsi e ad andare contro la loro fede pur di compiere, in suo nome, un assassinio di massa. Non bisogna preoccuparsi, insomma, degli scalmanati con le barbe fluenti, ma bisogna fare attenzione a chi è ben rasato, fuma, beve, è in compagnia di ragazze e passa per uno completamente occidentalizzato. Sono camaleonti umani che nascondono l’odio. Il più letale. In una parola…takfir. Gli attentatori suicidi hanno il fermo convincimento che l’atto viene eseguito per una causa veramente santa, che sono benedetti da Allah, che assicura un passaggio immediato al paradiso e che questo supera di gran lunga ogni residuo amore per la vita. Rendiamoci conto del livello e della profondità di odio di cui deve essere imbevuta una persona del genere. L’odio deve agire come un acido corrosivo all’interno dell’animo.

 

P.S.

C’è un dettaglio che dovrebbe farci trasalire ai giorni nostri e che non dobbiamo assolutamente trascurare. Queste persone hanno la capacità e la possibilità di approntare ordigni esplosivi che possono provocare danni trenta volte superiori alla bomba di Hiroshima senza utilizzare l’energia nucleare. Come può una semplice bomba essere causa di una tale potenza distruttiva? Cerchiamo di spiegarlo con un esempio. Con una bomba atomica, il danno arriva in quattro fasi. Il lampo è così luminoso che può cauterizzare la cornea di chi guarda, a meno che non sia protetto da lenti scure. Poi arriva il calore, così forte da incenerire qualunque cosa incontri sulla sua strada. L’onda d’urto abbatte edifici a chilometri di distanza e l’effetto dei raggi gamma permane a lungo termine, provocando carcinomi e malformazioni.

Ma se un’ordigno esplosivo fosse adeguatamente piazzato su una nave cisterna carica di GPL, e fatto poi detonare all’interno di un qualsiasi porto, gli effetti sarebbero completamente diversi a quelli appena descritti con l’atomica. Con il GPL si verificherebbe un’esplosione tutta calore, ma così intensa da ridurre l’acciaio come se fosse miele, mentre il cemento si polverizza. Avete mai sentito parlare di bomba ad aria? E’ così potente da far sembrare innocuo il napalm, tuttavia ha la stessa fonte: il petrolio. Il GPL è più pesante dell’aria. Il trasporto non avviene, come per il GNL, a una temperatura estremamente bassa: è sottopressione. Di qui il rivestimento a doppio scafo delle navi cisterna che trasportano GPL.

In caso di rottura il GPL fuoriesce, quasi invisibile, e si mescola con l’aria. Ma è più pesante, per cui tende a ristagnare in basso, formando un’enorme bomba ad aria. Se gli si dà fuoco, l’intero carico esploderà formando una fiamma che raggiungerà velocemente i cinquemila gradi centigradi. Quindi comincerà a girare, creerà da sé la sua corrente e si sprigionerà verso l’esterno, una massa infuocata che consuma ogni cosa sul suo cammino. Poi brillerà fiocamente come una candela che sta per spegnersi e si estinguerà. Questa palla di fuoco però, se sprigionata da una piccola nave cisterna, diciamo di ottomila tonnellate, potrebbe consumare ogni cosa e cancellare qualsiasi forma di vita umana in un raggio di cinque chilometri.

C’è un’ultima cosa da considerare. Questo tipo di esplosione crea il suo vento. Per alimentarsi, risucchia l’aria dalla periferia al centro, così anche gli esseri umani al limite di questa distanza moriranno per asfissia.

 

 

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Foto attentato londinese  di Francis Tyers  sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Foto Osama Bin Laden  di Hamid Mir  sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Foto disegno dell’entrata nella città di Diriyah  sotto licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International