In precedenti post abbiamo già parlato di droga (Come funziona l’industria della droga?), ma non abbiamo ancora detto che una delle droghe più utilizzate e diffuse dopo la cannabis è la cocaina.
Questa droga deriva unicamente dalla pianta della coca, un arbusto dall’aspetto anonimo che cresce da tempo immemore sulle colline e nella giungla della zona nordoccidentale del Sudamerica. Le popolazioni locali la masticano da sempre poiché riduce il senso della fame e funge da stimolante. Raramente produce fiori o frutti; il fusto e i rami sono legnosi e non trovano alcun utilizzo. Solo le foglie contengono il principio attivo.
Ma il contenuto di droga costituisce meno dell’uno per cento del peso della foglia. Occorrono 375 chili di foglie (il carico di un camioncino) per ricavare 2,5 chilogrammi di pasta di coca (la forma intermedia) che a sua volta produce un chilo di cocaina pura sotto forma di polvere. Il 10% della produzione globale odierna proviene dalla Bolivia, il 29% dal Perù e il 61% dalla Colombia. Ma le organizzazioni colombiane assorbono la produzione degli altri due paesi a livello di pasta di coca, completano il processo di raffinazione e ne commercializzano praticamente il 100%. Per trasformare le foglie raccolte in prodotto finito sono necessari soltanto due processi chimici, entrambi estremamente economici. E’ per questo motivo che, considerate le condizioni di estrema povertà in cui versano i contadini della giungla che coltivano quello che di fatto è soltanto un arbusto duro e resistente, l’eliminazione alla fonte si è dimostrata fino ad ora impossibile. Le foglie grezze vengono immerse in vecchi barili di petrolio, riempiti con un acido (quello da batterie va benissimo) che estrae la cocaina. Le foglie macerate vengono raccolte e gettate. La brodaglia marrone risultante viene mescolata ad alcool o persino benzina per estrarre l’alcaloide. La soluzione che ne deriva viene raccolta e trattata con bicarbonato di sodio. Questa miscela dà origine a una melma biancastra chiamata “pasta”. Questa è la forma base commercializzata in Sudamerica, che le organizzazioni criminali comprano dai contadini. Ci vogliono circa 150 chili di foglie per produrre un chilo di pasta. E’ facile procurarsi le sostanze chimiche e altrettanto facile trasportare il prodotto dalla giungla alla raffineria. Nelle raffinerie segrete, solitamente anch’esse nascoste nella giungla, la pasta viene trasformata nella polvere bianchissima di cloridrato di cocaina grazie all’aggiunta di altre sostanze chimiche quali l’acido cloridrico, il permanganato di potassio, l’acetone, l’etere, l’ammoniaca, il bicarbonato di calcio, il bicarbonato di sodio, l’acido solforico e la benzina. Questa miscela viene quindi “ridotta”, il residuo essiccato: ciò che resta è la polvere. Tutte queste sostanze chimiche sono poco costose e, essendo utilizzate in molti processi industriali legittimi, facili da reperire. Un cocalero, un contadino che coltiva coca,
lavora un anno intero per ottenere sei raccolti dal suo appezzamento nella giungla, raccolti che possono fruttare ognuno intorno ai 125 chili di foglie. La sua produzione totale di 750 chili circa darà cinque chili di pasta. Detratte le spese, può arrivare a guadagnare 5000 dollari l’anno. Anche dopo il processo di raffinazione, un chilo di coca può costare al massimo 4000 dollari. Sono in assoluto i profitti più alti mai toccati per qualunque prodotto. Un chilo di colombiana pura passa dai 4000 dollari ai 60.000 o 70.000 solo per aver percorso i cinquemila chilometri dalla costa della Colombia fino agli Stati Uniti o gli ottomila alla volta dell’Europa. E non è finita lì. Quel chilogrammo verrà tagliato, cioè adulterato, dal compratore che ne ricaverà fino a cinque, sei volte il suo peso senza per questo perdere di valore. Gli utilizzatori finali pagheranno allo spacciatore fino a 70.000 dollari per un chilo di droga tagliata, che (pura) ne valeva solo 4000 al momento di lasciare le coste della Colombia. Questi margini di guadagno fanno si che i grossi trafficanti possano permettersi le tecnologie, le attrezzature e le armi più avanzate. Possono pagare le menti più brillanti, corrompere pubblici ufficiali (in alcuni casi persino il presidente di una nazione) e hanno quasi difficoltà a tenere il conto di tutti quelli che si offrono di trasportare e commercializzare il loro prodotto in cambio di una fetta dei profitti. Per ogni corriere arrestato e incarcerato ce ne sono altri cento, stupidi o disperati, pronti ad offrirsi volontari al posto suo. Inizialmente, percentuali altissime di merce venivano inviate negli Stati Uniti e in Europa affidandole a singoli corrieri che ne portavano uno o due chili a testa. Significava usare migliaia di persone per trasportare poche tonnellate. Quando però, per colpa del fondamentalismo islamico, l’Occidente inasprì le misure di sicurezza, quantità sempre maggiori di bagagli furono passate ai raggi X e il loro contenuto illegale scoperto.
Questo portò ad un incremento dell’utilizzo degli ovuli. Idioti disposti a correre il rischio si anestetizzavano la gola con la novocaina e inghiottivano anche fino a cento ovuli contenenti dieci grammi l’uno. A volte qualche ovulo si rompeva e i malcapitati inghiottitori concludevano la propria esistenza rotolandosi sul pavimento di un aeroporto con la schiuma alla bocca. Altri corrieri venivano smascherati da hostess perspicaci perché non toccavano ne cibo ne liquidi durante il volo, anche se lungo. Presi da parte, erano costretti ad ingerire un purgante e venivano accompagnati a un gabinetto dotato di filtro. Le galere americane ed europee si riempirono fino a scoppiare di corrieri della droga, ma l’ottanta per cento della merce riusciva comunque a passare, in virtù del numero altissimo di gente che varcava la frontiera e all’ossessione dell’Occidente per i diritti civili. Ad un certo punto però, fu sperimentato a Manchester, in Inghilterra, un nuovo macchinario a raggi X che si dimostrò utilissimo, una perquisizione virtuale che non solo mostrava il passeggero come se fosse nudo ma rivelava anche impianti, corpi estranei inseriti nell’ano e il contenuto delle viscere. Il macchinario era così silenzioso che poteva essere installato sotto il bancone dell’addetto al controllo passaporti, in modo che il passeggero potesse essere esaminato dal torace fino ai polpacci da un altro agente chiuso in una stanza vicina.
Un numero sempre maggiore di aeroporti e scali marittimi adottarono il nuovo strumento e la percentuale di intercettazioni di corrieri schizzò alle stelle. La contromisura presa dal cartello a questo punto fu quella di effettuare spedizioni consistenti attraverso le migliori rotte. Per gli Stati Uniti erano quelle per nave o via aerea attraverso i Caraibi con consegna nel nord del Messico o nella fascia meridionale degli Stati Uniti. I carichi arrivavano principalmente a bordo di navi mercantili, per essere poi trasferiti in mare su una delle tante imbarcazioni private che affollano quelle coste: pescherecci, motoscafi, yacht privati o imbarcazioni da diporto. Per l’Europa si preferivano invece le nuove rotte: non direttamente dai Caraibi all’Europa settentrionale o occidentale, dove le intercettazioni superavano il venti per cento, ma attraverso quel gruppo di stati fantoccio di cui è costellata la costa occidentale dell’Africa. Una volta che il carico passava di mano e il cartello riceveva i suoi soldi, stava al compratore dividerlo e farlo arrivare a nord, oltre il deserto fino alla costa del Mediterraneo e da lì al sud dell’Europa. La destinazione preferita sopra ogni altra è la piccola ex colonia portoghese, uno stato fantoccio devastato dalla guerra civile, un vero inferno in mano ai trafficanti di droga: la Guinea-Bissau. Se qualche anno prima per l’Africa occidentale transitava il venti per cento della cocaina colombiana diretta in Europa, adesso la percentuale è salita al cinquanta/settanta. In Africa occidentale ci sono sette repubbliche costiere considerate di “interesse” dalla polizia: Senegal, Gambia, Guinea-Bissau, Guinea-Conakry (ex Guinea francese), Sierra Leone, Liberia e Ghana. Dopo aver attraversato l’Atlantico a bordo di navi o aerei, la cocaina prosegue verso nord attraverso centinaia di canali diversi. Parte arriva sui pescherecci, lungo la costa, fino al Marocco e da lì segue la vecchia rotta della marijuana. Altri carichi vengono spediti per aereo attraverso il Sahara fino alla costa settentrionale dell’Africa, e da lì trasferiti su piccole imbarcazioni dirette alla mafia spagnola attraverso le Colonne d’Ercole o alla ‘ndrangheta calabrese nel porto di Gioia Tauro. Alcuni carichi attraversano tutto il Sahara in viaggi estenuanti. Di estremo interesse è la linea aerea libica Afriqiyah, che collega dodici importanti centri dell’Africa occidentale con Tripoli che si trova proprio di fronte all’Europa. Dopo l’uccisione di Pablo Escobar del cartello di Medellin
e il ritiro dei fratelli Ochoa del cartello di Cali,

i gangster della Colombia si sono divisi in un centinaio di cartelli più piccoli. Negli ultimi anni però, è emersa una nuova, gigantesca organizzazione che li ha unificati tutti sotto il suo dominio. Il megacartello si è dato il nome di Hermandad, la Fratellanza, e opera come una grossa industria, difesa da un esercito privato che ne protegge le proprietà e da una squadra punitiva composta da psicopatici che ne fanno rispettare le regole. La Fratellanza non produce cocaina. Acquista l’intera produzione di ogni mini-cartello sotto forma di polvere bianca, per cui offre un prezzo a suo giudizio equo, e non è questione di prendere o lasciare ma di prendere o morire. Dopodiché, la Fratellanza la commercializza in tutto il mondo. La quantità di merce portata a consegna è di circa 600 tonnellate l’anno, divisa in circa trecento tonnellate per due destinazioni, gli Stati Uniti e l’Europa, praticamente gli unici due continenti a usare questa droga. Considerati i margini di guadagno esposti sopra, i profitti globali non sono nell’ordine di centinaia di milioni di dollari ma di decine di miliardi. A causa degli enormi profitti, possono arrivare ad esserci fino a venti intermediari tra il cartello e l’utilizzatore finale. Si tratta di corrieri, mediatori a vario livello, venditori finali. E’ per questo che risulta estremamente difficile per le forze dell’ordine di qualunque paese arrivare ai pezzi grossi. Sono fortemente protetti, ricorrono alla violenza estrema come deterrente, e personalmente non hanno alcun contatto con il prodotto. I pesci più piccoli vengono presi, processati e sbattuti in galera, ma raramente parlano e vengono immediatamente rimpiazzati. Le forze dell’ordine di America ed Europa conducono una guerra costante contro l’industria della cocaina, e l’intercettazione di carichi in transito o la scoperta di depositi sono sempre più frequenti. Ciò nonostante, riescono a confiscare soltanto il dieci, quindici per cento del mercato della cocaina e, considerati i margini enormi, non è sufficiente. Sarebbe necessario aumentare di otto volte se non di più il livello delle intercettazioni e delle confische per dare un duro colpo all’industria. Se perdessero il novanta per cento della merce, i cartelli imploderebbero e l’industria della cocaina verrebbe finalmente distrutta. Soltanto trent’anni fa la cocaina era considerata dai più un innocuo “vizietto” riservato ai personaggi mondani, operatori di borsa e artisti di successo. Oggi il suo uso è cresciuto fino a diventare un flagello nazionale che causa danni disastrosi alla società. Le forze dell’ordine americane ed europee stimano che il settanta per cento dei crimini che avvengono per strada (furti d’auto, furti con scasso, aggressioni a scopo di rapina) sia commesso per reperire le risorse necessarie a sostenere questa dipendenza. Se il responsabile del crimine ha appena assunto crack, il pericoloso sottoprodotto della cocaina, alla rapina possono accompagnarsi atti di dissennata violenza. Oltre a questo, i profitti della cocaina, una volta riciclati, vengono utilizzati per finanziare altre attività criminali, in particolare il traffico illegale d’armi (usate sia dai criminali comuni che dai terroristi) e di persone, in particolare l’immigrazione clandestina e il rapimento di giovani donne per alimentare l’industria del sesso. Nell’autunno del 2001 l’America è rimasta sconvolta dalla distruzione del World Trade Center e dall’attacco al Pentagono, costati quasi tremila vite.
Da allora nessun americano è morto in patria per mano di terroristi stranieri, ma la guerra al terrorismo prosegue, come è giusto che sia. Stime prudenti calcolano che in questo decennio la droga abbia distrutto un numero di vite dieci volte superiore a quello delle vittime dell’11 settembre, metà delle quali causate dalla sostanza chimica chiamata cocaina.
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Foto cocalero sotto licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Foto zaino ai raggi x di User:IDuke sotto licenza Creative Commons Attribution 2.5 Generic
Foto attacco al World Trade Center sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic