I primi esseri umani avevano un rapporto di meraviglia con il loro universo, specie con quei fenomeni che non riuscivano a comprendere razionalmente. Per risolvere questi misteri, crearono un vasto pantheon di divinità con cui spiegavano tutto quello che andava oltre la loro comprensione: tuoni, maree, terremoti, vulcani, infertilità, epidemie e persino l’amore. Gli antichi greci attribuivano il flusso e riflusso del mare all’umore incostante di Poseidone.

Il passaggio di stagione verso l’inverno invece era dovuto alla tristezza del mondo per l’annuale discesa di Persefone agli inferi.

I romani credevano che i vulcani fossero la casa di Vulcano, il fabbro degli dei, che lavorava in una gigantesca fucina sotto la montagna, facendo eruttare fiamme dal camino.

Gli antichi inventarono un numero infinito di divinità per spiegare non solo i misteri della terra su cui vivevano, ma anche i misteri del loro corpo. L’infertilità era causata dalla perdita di benevolenza da parte di Giunone.

L’amore era il risultato di una freccia scoccata da Cupido.

Le epidemie venivano spiegate come una punizione mandata da Apollo.

Quando gli antichi avvertivano una lacuna nella comprensione del mondo che li circondava, la colmavano con una divinità. Innumerevoli dei hanno colmato innumerevoli vuoti. Poi però, col passare dei secoli, le conoscenze scientifiche sono aumentate e a mano a mano che le lacune nella nostra conoscenza del mondo scomparivano, il nostro pantheon cominciò a ridursi. Per esempio, quando capimmo che le maree erano causate dai cicli lunari, Poseidone non fu più necessario e noi lo abbandonammo come un ridicolo mito appartenente a un’epoca oscura.

E lo stesso destino toccò a tutti gli dei: morirono l’uno dopo l’altro, diventati inutili per il nostro intelletto, che nel frattempo si era evoluto. Ma attenzione, questi dei non se ne andarono tutti docilmente; per una cultura abbandonare le proprie divinità è un processo doloroso. Le convinzioni religiose ci vengono impresse profondamente nella psiche da piccoli per mano delle persone che più amiamo e di cui ci fidiamo: i nostri genitori, i nostri insegnanti, le nostre guide religiose. Pertanto ogni cambiamento religioso avviene nel corso di generazioni e non senza grande angoscia e, spesso, spargimenti di sangue. Zeus, il dio di tutti gli dei, il più temuto e venerato di tutte le divinità pagane, più di ogni altra divinità ha resistito alla propria estinzione, ingaggiando una violenta battaglia perché la sua luce non si estinguesse come quella degli altri dei che lui aveva sostituito.

I seguaci di Zeus erano così contrari a rinunciare al loro dio che il cristianesimo, la fede vincente, non ebbe altra scelta che adottare il volto di Zeus come quello del suo nuovo Dio.

Oggi non crediamo più alle storie come quella di Zeus, un bambino nutrito da una capra che aveva ricevuto i suoi poteri dai Ciclopi, creature con un occhio solo. Per noi, che godiamo del beneficio del pensiero moderno, queste narrazioni sono state classificate come miti, storie pittoresche e inventate che ci danno un’idea divertente del nostro passato superstizioso. Ora le cose stanno diversamente. Noi siamo i “moderni”. Noi siamo un popolo intellettualmente e tecnologicamente evoluto. Non crediamo più nei fabbri che lavorano sotto i vulcani o negli dei che controllano le maree e le stagioni. Siamo diversi dai nostri antenati. O forse no? Ci consideriamo esseri moderni e razionali, ma la religione più diffusa si basa su un serie di asserzioni prodigiose: uomini che inspiegabilmente risorgono, vergini che miracolosamente danno la vita, dei vendicativi che mandano pestilenze e inondazioni, mistiche promesse di una vita dopo la morte in un cielo sgombro da nubi o in un inferno di fuoco. Ora, immaginiamo solo per un momento la reazione dei futuri storici e antropologi. Dalla loro prospettiva guarderanno alle nostre credenze religiose e le classificheranno come miti di un tempo oscuro? Guarderanno ai nostri dei come noi guardiamo a Zeus? Prenderanno le nostre Sacre Scritture e le accantoneranno sullo scaffale polveroso della storia? Probabilmente si. Le generazioni future si chiederanno come è stato possibile che una specie tecnologicamente avanzata come la nostra abbia creduto in ciò che insegnano le religioni moderne. Le generazioni future guarderanno alle nostre attuali tradizioni e giungeranno alla conclusione che abbiamo vissuto in tempi oscuri, e addurranno come prova le nostre credenze di essere stati creati da Dio in un giardino di delizie.

Come può la mente dell’uomo moderno essere capace di una precisa analisi razionale e allo stesso tempo permetterci di accettare credenze religiose che dovrebbero sgretolarsi al minimo esame critico?

In realtà la risposta è molto semplice. Perché il cervello umano crede in quel che crede? Come un computer organico il nostro cervello è dotato di un sistema operativo, una serie di regole che organizzano e definiscono i caotici input che gli arrivano ogni giorno: parole, una canzone orecchiabile, il gusto della cioccolata, ecc. Come possiamo immaginare, il flusso di informazioni è frenetico, sempre diverso e continuo, e il nostro cervello deve dare un senso ad ognuna. Anzi, è proprio la programmazione del sistema operativo del nostro cervello a definire la nostra percezione della realtà. Purtroppo, questo si ritorce contro di noi perché chiunque abbia scritto il programma del cervello umano aveva un contorto senso dello humour. In altre parole non è colpa nostra se crediamo alle follie in cui crediamo. Ma quale strano sistema operativo creerebbe un risultato così illogico? Se potessimo guardare nella mente umana e leggere il suo sistema operativo, troveremmo qualcosa come: eliminare il caos e creare ordine. Questo è il programma operativo di base del nostro cervello, e dunque è esattamente questa la propensione degli umani: favorire l’ordine. Ed è questa stessa soddisfazione per la creazione dell’ordine che spinge gli uomini a mettere insieme le tessere di un puzzle o a raddrizzare un quadro storto su una parete. La nostra predisposizione all’organizzazione è scritta nel nostro DNA, e dunque non dovrebbe sorprenderci che la più grande invenzione della mente umana sia il computer, una macchina espressamente progettata per aiutarci a creare ordine dal caos.

Non a caso, il termine spagnolo che indica il computer è ordenador: letteralmente, “ciò che crea ordine”. Immaginiamo di avere un potentissimo computer che ha accesso a tutte le informazioni del mondo. Possiamo fargli tutte le domande che vogliamo. Tra queste ve ne sono due che hanno affascinato l’uomo fin da quando ha acquisito la coscienza di sé: Da dove veniamo? Dove andiamo? In altre parole chiederemmo della nostra origine e del nostro destino. La risposta del computer probabilmente sarà: “dati insufficienti per una risposta accurata”. Ma se facciamo le stesse domande al nostro piccolo computer biologico, la risposta sarà diversa. Dal nostro cervello sgorgheranno un flusso di immagini religiose: Dio che allunga la mano per infondere la vita ad Adamo, Prometeo che modella un essere primordiale con il fango, Brahma che crea degli uomini con parti diverse del suo corpo, un dio norreno che genera un uomo e una donna da due ceppi di legno trovati sulla spiaggia, cieli tersi, inferni di fuoco, geroglifici del Libro dei morti egizio, cristalli per viaggi astrali, rappresentazioni greche dei campi Elisi, immagini della reincarnazione secondo il buddismo e l’induismo. Per il cervello umano, qualunque risposta è sempre meglio di nessuna risposta. Il nostro cervello inventa dati per offrirci l’illusione dell’ordine, creando una miriade di filosofie, mitologie e religioni per rassicurarci e farci credere che effettivamente esistono un ordine e una struttura nel mondo invisibile.

Quindi: Da dove veniamo? Dove andiamo? Per colpa dei dogmi religiosi, milioni di persone credono già di conoscere la risposta a queste due grandi domande. E poiché non tutte le religioni offrono la stessa risposta, intere culture finiscono col farsi la guerra su chi abbia la risposta corretta, e su quale versione della storia di Dio sia la Vera Storia. Fin dalla nascita delle religioni, la nostra specie è stata vittima di un interminabile fuoco incrociato: atei, cristiani, musulmani, ebrei, induisti, fedeli di ogni credo.

Ma che cosa accadrebbe se per miracolo scoprissimo le risposte alle grandi domande della vita e se all’improvviso tutti vedessimo la stessa prova lampante e capissimo di non aver altra scelta se non aprire le braccia e accettarla tutti insieme, in quanto specie?

La ricerca spirituale è sempre stata appannaggio della religione, che ci incoraggia ad avere una fiducia cieca nei suoi insegnamenti, anche quando hanno poco senso logico. Ma la fede, per sua stessa definizione, richiede che noi poniamo la nostra fiducia in qualcosa di invisibile ed indefinibile, accettando come fatto qualcosa per cui non esiste nessuna prova empirica. E dunque, comprensibilmente, finiamo per confidare in entità diverse perché non esiste una verità universale. La scienza invece è l’antitesi della fede. La scienza è per definizione il tentativo di trovare prove concrete di ciò che non si conosce o non è ancora stato definito, e di rigettare le superstizioni e le percezioni errate in favore di fatti palesi. Quando la scienza ci offre una risposta, la risposta è universale. Gli uomini non si fanno la guerra nel suo nome, ma si riuniscono intorno ad essa. Insomma, l’era della religione sta tramontando, e sta per sorgere l’era della scienza.

 

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Foto supercomputer di Carlos Jones sotto licenza  Creative Commons Attribution 2.0 Generic